Monthly Archives: gennaio 2018

Neve e pizzoccheri: la domenica in Valtellina

Neve e pizzoccheri. L’accoppiata vincente per la gita della domenica è a Teglio, in provincia di Sondrio, due ore abbondanti in auto da Milano.

Il paese è piccolo e molto raccolto, ma da lì muovono diverse passeggiate. I bambini si divertiranno nei prati e respireranno aria di montagna, mentre i genitori e i nonni potranno godere le bellezze di questo borgo.

Molto caratteristica è la Collegiata di Santa Eufemia che proprio poche settimane fa ha festeggiato i 900 anni dalla fondazione. Da questa chiesa è nato e si è diffuso il cristianesimo in Valtellina.

Una pergamena datata novembre 1117 a firma del vescovo Guido Grimoldi di Como ricorda la fondazione di questa bellissima struttura, che sorge su una costruzione ancora più antica databile al V secolo e voluta dal vescovo Sant’Abbondio.

Nei primi anni del 1500 la chiesa fu abbellita dal rosone marmoreo, attribuito ai fratelli Rodari, provenienti dal lago di Lugano e dall’imponente campanile.

Davanti alla chiesa si trova un bel parco pubblico, in inverno dotato anche di pista di pattinaggio sul ghiaccio, chiamato “Felice Chiusano” in onore del cantante del Quartetto Cetra che scelse Teglio come luogo in cui trascorrere molti anni e poi essere seppellito.

Il parco si estende sotto la collina dove sorgeva una torre difensiva, smantellata dopo un assedio al paese di Teglio alla metà del XIII secolo. Nell’area si trovano le antiche pietre di questa torre.

Il simbolo di Teglio è la Torre de li Beli Miri, quanto resta di un antico castello medievale che per la posizione panoramica su tutta la valle consentiva di controllare le incursioni e di comunicare attraverso fuochi o giochi di luce con diverse località dell’area. Al suo interno venivano custodite armi e munizioni utili in caso di assedio.

Il castello – Castrum Tilii –, immerso in una bella pineta, diede il nome alla valle dell’Adda, appunto Vallis Tellina, Valtellina.

Infine, ma in realtà come cosa più importante, segnalo che Teglio è la capitale mondiale del pizzocchero.

Per gli amanti di questo piatto tradizionale, ricco di storia, Teglio è tappa irrinunciabile. Anche perché in questa località ha sede L’Accademia del pizzocchero, nata nel 2002 con l’obiettivo di tutelare, promuovere e difendere il pizzocchero fresco e in generale l’enogastronomia ricchissima della Valle.

Noi abbiamo pranzato al ristorante san Pietro, aderente all’Accademia, dove oltre agli immancabili pizzoccheri, potete gustare altri piatti tipici: gli sciatt e i dolci fatti con il grano saraceno, la polenta, la bresaola, i funghi, i formaggi, le mele, la vasta offerta di vini e l’amaro Braulio….c’è solo l’imbarazzo della scelta!

Infine una nota di colore sul grano saraceno: la sua diffusione in Valtellina viene fatta risalire al 1600 ad opera di un conte governatore grigione della valle dell’Adda.

Come dice il nome, venne introdotto dai saraceni (turchi). Ancora oggi viene seminato a Teglio nel mese di luglio e giunge a maturazione a settembre, periodo in cui avviene la raccolta. Il fiore ha la forma di una campanula con cinque petali disposti a stella, la stessa che si vede nel simbolo della Accademia del pizzocchero.

 


17 gennaio, sant’Antonio: falò, sale e animali che forse stanotte parleranno

La storia di S. Antonio abate (da non confondere con s. Antonio di Padova) è conosciuta in tutto il mondo e legata a tantissime tradizioni che abbiamo il dovere, almeno morale, di tramandare perché fanno parte della nostra storia.

Antonio morì nel 356 senza essersi mai mosso dall’Egitto. E già questa è una notizia. Non solo: scelse la via della solitudine, dopo avere venduto tutti i suoi beni, e visse sempre ritirato in preghiera nel deserto, tanto che viene considerato il fondatore del monachesimo.

Eppure questo non gli impedì di essere conosciutissimo: guariva i malati, istruiva, consolava gli afflitti, aveva tanti seguaci che  sua volta si fecero monaci.

Nelle immagini viene spesso ritratto con il diavolo e con un maialino.

Il diavolo lo tentò diverse volte nel deserto. Una simpatica leggenda dice che Antonio si recò all’inferno per rubargli il fuoco, e che mentre lui lo distraeva, il suo maialino corse dentro le fiamme, rubò un tizzone e lo portò fuori per donarlo agli uomini.

 

Il maiale è legato anche ad un’altra tradizione: nel corso del Medioevo fu concesso ai monaci antoniani il privilegio di allevare maiali per uso proprio a spese della comunità. Il loro grasso, unito a erbe officinali, era un antidoto contro l’herpes zoster, noto come “fuoco di sant’Antonio”.

I porcellini potevano quindi circolare liberamente fra cortili e strade e, per evitare che qualcuno li rubasse, portavano al collo una campanella di riconoscimento. S. Antonio, detto quindi anche S. Antonio del campanello, è diventato nei secoli protettore dei maiali, degli animali domestici e di tutte le professioni a loro legate, in primis i macellai.

La tradizione vuole che la notte della vigilia del 17 gennaio nella stalla si sentano gli animali parlare. Nelle città si portano a benedire gli animali: cani, gatti, capre, cavalli, galline, pecore. In campagna gli animali e i mezzi agricoli.

Noi siamo andati a Ello (Lecco) alla benedizione degli animali, ma troverete analoghe iniziative in tantissime località.

 

    

Sempre al mondo agricolo si rifà l’usanza di benedire il sale: il sale benedetto veniva infatti consumato dal bestiame come prevenzione contro le malattie.

Infine il falò: il 17 gennaio in molte località italiane ancora oggi si accendono grandi fuochi, per celebrare la vittoria della luce sul buio e trasmettere l’augurio di raccolti fecondi e abbondanti.


Al cinema con la merenda: al via la rassegna 2018 della Sala Gregorianum

Parte domenica 14 gennaio la seconda parte della stagione cinematografica “Un cinema per amico” alla Sala Gregorianum dedicata ai bambini . Un appuntamento settimanale, la domenica pomeriggio alle ore 15:30, per cinema e merenda.

La proposta è del cinema teatro della Parrocchia di San Gregorio Magno di Milano (via Settala, 27, a due passi da Corso Buenos Aires e dalla Stazione Centrale), sala della comunità digitalizzata gestita da volontari con l’obiettivo di fare buon cinema, intrattenimento e aggregazione.

I bambini accompagnati dai genitori, possono passare un bel pomeriggio che si conclude con la merenda offerta dalla pasticceria Pica. Per gli instancabili anche la possibilità di proseguire con qualche gioco disponibile nell’area bar.

Un’occasione di trascorrere i pomeriggi freddi immersi in un clima accogliente, aggregante per piccoli e adulti, con ingresso a soli 5 euro.

Sono 7 i film che accompagneranno il pubblico fino alla fine di febbraio. Ogni proiezione è caratterizzata da una breve animazione, qualche spunto a misura di bambino presentato in maniera giocosa che darà al giovane pubblico piccole curiosità da portarsi a casa. La merenda di qualità offerta è occasione per proseguire il pomeriggio fino all’aperitivo per i più grandi.

Per chi lo desidera è inoltre possibile organizzare il “compleanno al cinema” (info a compleanni@gregorianum.com oppure info@gregorianum.com)

La rassegna, patrocinata dal Municipio 3, è realizzata con il supporto di “BCC Credito Cooperativo di Carate Brianza”, di PICA Pasticcerie Milano e da “Sy-Tech Sistemi anti intrusione e domotica”.

Ecco il calendario:

14 Gennaio Paddington 2 (cartone animato – fantastico/avventura 2017)

21 Gennaio Nut job 2 (cartone animato – avventura azione 2017)

28 Gennaio Monster family (cartone animato – horror commedia 2017)

4 Febbraio Capitan mutanda (cartone animato – avventura 2017)

11 Febbraio Gli eroi del Natale (cartone animato 2017)

18 Febbraio Ferdinand (cartone animato – avventura 2017)

25 Febbraio Coco (cartone animato – fantastico 2017)

 


Natale fa rima con termale (influenza permettendo)

Per la legge di Murphy, ben nota a tutti i genitori, l’influenza ci ha colti al secondo dei nostri sette giorni di vacanza natalizia.
 
Tuttavia, sursum corda, vi racconterò cosa siamo riusciti ugualmente a fare a Montegrotto Terme e dintorni, in provincia di Padova, nel meraviglioso Parco dei Colli Euganei.
 
Cominciamo con il dire che avevamo scelto questa meta per le terme: Montegrotto Terme, Abano Terme, Battaglia Terme e Galzignano Terme costituiscono il Bacino Termale Euganeo, tra i più importanti in ambito europeo. Le acque della zona, ricchi di elementi chimici e di minerali fonte di benessere, erano conosciute  già dagli antichi romani, come testimoniano Tito Livio, Plinio, Svetonio, Marziale e la loro fama continuò per secoli, fino ad attrarre Petrarca, Shakespeare, Goethe, Mozart. E infine la famiglia Bracalini 🙂
 
Dagli alberghi cinque stelle ai B&B, la zona offre alloggi per tutte le tasche. Noi abbiamo scelto (per la verità mio marito, un genio in queste scoperte!) la foresteria di Villa Rosa a Tramonte di Teolo, una delle residenze più raffinate e ricche di storia della zona.
 
Visto che, a causa della febbre, abbiamo dovuto passare molte ore in casa, almeno l’abbiamo fatto in un posto incantevole 🙂
 
In ogni caso, ovunque scegliate di alloggiare, sappiate che è sempre possibile acquistare l’ingresso in uno dei numerosissimi hotel con spa e terme delle località prima citate.  Il costo medio della giornata è di 30 euro a persona.
In aggiunta si possono prenotare inalazioni e aerosol di acqua termale e massaggi con il celeberrimo fango termale cosiddetto “maturo”. Ma se vi interessano solo le piscine (e non i trattamenti correlati, sauna, bagno turco, …) e volete la dritta delle dritte, sappiate anche che con pochi euro –7 per gli adulti e 5 per i bambini – è possibile godere della stessa acqua e di un eccellente servizio nelle terme comunali di Abano Terme.
 
Noi abbiamo sperimentato anche la Grotta di sale, con la nebulizzazione del sale nell’aria consigliata per l’apparato respiratorio. Ed effettivamente al nostro piccolo intasato dal raffreddore è stata utile.
 
I borghi termali sono da sempre meta turistica e dunque hanno un’offerta di spettacoli, concerti, parate natalizie e illuminazioni molto ricca.
 
Ma i Colli euganei, accanto alle terme, offrono tantissimo. Ecco cosa siamo riusciti a vedere noi nel tempo che ci è stato concesso.
 
Cominciamo dalla Abbazia Benedettina Santa Maria Assunta di Praglia, fondata all’inizio del XII secolo, che conserva la pianta definita nel 400 con la chiesa, i chiostri, la Sala capitolare, il monumentale refettorio e la ricchissima biblioteca, dove ancora oggi le abili mani dei monaci restaurano libri antichi dal valore inestimabile. Una menzione particolare va fatta sull’opera di recupero compiuta negli ultimi mesi del 1966 e nei primi del 1967, su oltre 4000 volumi e altro materiale danneggiato a Firenze per lo straripamento dell’Arno e contemporaneamente per l’acqua alta a Venezia.
 
Sempre in ambito religioso, c’è poi il Santuario della Madonna della salute di Monteortone. Secondo la tradizione l’origine del santuario risale al 1428, quando un soldato di nome Pietro Falco si ritirò in preghiera in questo luogo e vide la Madonna, che gli promise la guarigione di vecchie ferite alle gambe se si fosse bagnato con l’acqua di una vicina fonte. Guarito miracolosamente, il protagonista della vicenda rinvenne tra i sassi una tavola dipinta raffigurante la Vergine con Gesù Bambino e ai lati San Rocco e Sant’Agostino. Diffusasi la notizia del miracolo, un numero sempre maggiore di devoti iniziò a visitare la località, mentre alla Vergine di Monteortone si attribuiva anche la rapida fine della pestilenza che in quel periodo aveva colpito Padova. La fonte di acqua calda è ancora oggi aperta e visitabile.
 
 
C’è poi il vastissimo ventaglio delle ville, dei castelli e dei giardini veneti, a ragione noti in tutto il mondo: il Castello del Catajo a Battaglia Terme, Villa Vescovi a Torreglia e Villa Barbarigo a Galzignano, il Castello di san Pelagio a Due Carrare, le  due Ville Contarini.
Vorrei raccontarvi di queste bellezze artistiche e naturali, ma la febbre ci ha costretti a farle restare negli appunti di viaggio come meta della nostra prossima volta.
A una ventina di minuti di strada c’è poi Padova, la città dei gran”gran dotori”, dove sono irrinunciabili la visita alla Basilica del Santo (i padovani la chiamano così, senza specificare che il Santo è Antonio, per loro Santo per antonomasia) e la sosta golosa con caffè e menta allo storico Caffè Pedrocchi, locale internazionale che deve la sua fama ai grandi letterati che lo hanno frequentato notte e giorno.
 
Siamo riusciti a visitare anche il caratteristico borgo di Arquà Petrarca, uno dei più belli d’Italia, che fu abitato negli ultimi anni di vita da Francesco Petrarca.
“Mi sono costruito sui colli eurganei una piccola casa, decorosa e nobile; qui conduco gli ultimi anni della mia vita, ricordando e abbracciando con tenace memoria gli amici assenti o defunti”: così scriveva il poeta. L’abitazione duecentesca, ricca di affreschi, è visitabile. Sono ancora conservati lo studiolo in cui morì il poeta, con sedia e libreria (pare) originarie. Da ricordare, inoltre, la nicchia in cui è custodita la mummia della gatta che si dice fosse appartenuta al Petrarca.
La cittadina conserva anche le spoglie del poeta, in una grande urna in pietra rossa veronese posta vicino alla chiesa dell’assunta. Fu eretta sei anni dopo la morte dal genero Francescuolo da Brossano e reca la scritta dettata dallo stesso Poeta: “Questa pietra ricopre le fredde ossa di Francesco Petrarca, accogli, o Vergine Madre, l’anima sua, e tu, figlio della Vergine, perdona. Possa essa, stanca della terra, riposare nella rocca celeste”.
 
Arqua Petrarca deve la sua fama, oltre che al letterato di cui porta il nome, anche al famoso brodo di giuggiole, di cui ho già scritto in questo post:
Il brodo di giuggiole ci fa arrivare alla parte gustosa del nostro viaggio.
 
Oltre al pandoro – immancabile per Natale e Capodanno, soprattutto nel veronese – i Colli Euganei sono ricchi di prodotti tipici, in particolare il vino (ricordo il Serprino bianco frizzante e il Fior d’arancio), i piselli di Baone e Arqua, caratteristici per i baccelli molto piccoli e dolcissimi e infine il miele.
 
Se siete in zona con i bambini visitate l’apicoltura Giarin  “Miele più”, dove potrete vedere le arnie e scoprire l’affascinante e perfetto mondo delle api e degustare i prodotti dell’apicoltura. Noi abbiamo assaggiato diversi tipi di miele, ma soprattutto abbiamo gustato il “nettare d’oro” preso direttamente dal telaino, ovvero la struttura in legno sulla quale l’ape crea le celle, all’interno delle quali deposita il miele poi chiuso con l’opercolo di cera.
Una esperienza unica e dolce, come l’aria delle terre padovane.  
 
  • Padova, il Leon del Veneto

Voglio fare un regalo alla Befana di Gianni Rodari

La Befana, cara vecchietta,
va all’antica, senza fretta.
Non prende mica l’aeroplano
per volare dal monte al piano,
si fida soltanto, la cara vecchina,
della sua scopa di saggina:
é così che poi succede
che la Befana…non si vede!
Ha fatto tardi tra i nuvoloni,
e molti restano senza doni!
Io quasi, nel mio  buon cuore
vorrei regalarle un micromotore,
perché arrivi dappertutto
col tempo bello o col tempo brutto.
Un po’ di progresso e di velocità
per dare a tutti la felicità!

 


I Re Magi? Sono un po’ milanesi

Forse non tutti sanno che i Magi, che si ricordano il 6 gennaio, sono anche un po’ milanesi. La loro memoria e le loro reliquie si conservano a Milano, nella Chiesa di S. Eustorgio e a Brugherio, in Brianza.

L’origine mescola un po’ storia, un po’ tradizione e po’ leggenda, come spesso succede in questi casi, ma vale la pena di raccontarla.

Nei Vangeli si dice poco dei Magi, figure un po’ misteriose, forse astronomi (magoi, dal greco), giunti da Oriente a Gerusalemme seguendo la stella cometa e divenuti nei secoli simbolo dell’uomo in cammino alla ricerca del Bene.

Secondo la tradizione, i tre tornarono a Gerusalemme per testimoniare quello che avevano visto a Betlemme e nei primi anni di vita di Gesù e lì morirono.

Le loro spoglie furono trovate dalla Regina Elena, madre di Costante, capo dell’Impero Romano d’Oriente, e trasferite nella chiesa di S. Sofia a Costantinopoli.

Nel 343 Sant’Eustorgio fu eletto nono vescovo di Milano, di cui fu anche governatore. Costante le donò a Eustorgio quando questi, eletto vescovo, si recò da lui per rimettere nelle sue mani il mandato di governatore di Milano da lui ricevuto. Eustorgio le trasportò, assieme al pesante sarcofago nel quale erano state riposte, usando un carro trainato da buoi. Dopo un lungo e avventuroso viaggio di ritorno, giunse proprio qui, all’ingresso nella città da Porta Ticinese, dove il carro sprofondò nel fango e non fu possibile rimuoverlo. L’incidente fu interpretato da Eustorgio come un segno divino, e per questo fece erigere la prima basilica nella quale custodire le reliquie dei Magi.

Nel 1164 l’imperatore Federico I Barbarossa, durante una delle sue calate in Italia, ordinò al suo consigliere, Reinald von Dassel, che era anche arcivescovo di Colonia, di impadronirsi delle reliquie, che finirono cosi nel duomo della città tedesca.

Nel 1906, infine, il Card. Ferrari, vescovo di Milano, ottenne una parziale restituzione delle reliquie, ora conservate in una preziosa urna posta sopra l’altare dei Magi.

A ricordo del loro martirio, la liturgia ambrosiana usa, nel giorno dell’Epifania, paramenti di colore rosso.

(dal sito www.eustorgio.it)

È per questo che sul campanile della chiesa non c’è una croce, ma una stella a otto punte: la stella, appunto, dei Magi.

Il giorno dell’Epifania si tiene tradizionalmente un grande corteo in costume, con autorità civili e religiose, bande e corpi folcloristici, che parte dal Duomo di Milano e arriva fino a S. Eustorgio. Il corteo con tantissimi figuranti è ovviamente aperto dai Re Magi.

È una delle più antiche tradizioni di Milano, testimoniata fin dal Medioevo, amata soprattutto dai bambini che possono seguire tutto il percorso.

Appuntamento allora sabato alle 11 per la partenza dal Duomo, sosta in san Lorenzo (per ricordare l’incontro dei magi con Erode) e  arrivo previsto a S. Eustorgio per le 12.30 per la consegna dei doni al Gesù Bambino del presepe vivente.

E Brugherio? Qui facciamo un salto di un secolo e arriviamo a Sant’Ambrogio, vescovo di Milano nel IV sec. Fu Ambrogio a donare tre frammenti dei corpi dei Magi – tre falangi – alla sorella Marcellina, monaca in una villa poi divenuta monastero alla periferia della città.

Il reliquiario che tuttora le contiene fu realizzato nel 1600 e rappresenta i tre Magi come piccole figure: tre ometti, umitt in dialetto, il nome con cui i brugheresi chiamano affettuosamente i Magi.