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Frate Indovino, la storia dell’almanacco più famoso

Tutti ormai identificano “Frate Indovino” con la figura del simpatico fraticello, sempre sorridente, ritratto sul famoso Almanacco. In realtà l’inventore, il creatore di questa opera ormai famosa in ogni continente, è Padre Mariangelo da Cerqueto.

Anagraficamente è Mario Budelli, nato nel 1915 a Cerqueto, un piccolo villaggio vicino a Perugia, quando a 15 anni vestì il saio dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, in segno di rinuncia completa alla vita mondana, assunse il nome di Mariangelo e come appellativo il luogo di provenienza.

Continuò a studiare, frequentò il liceo, poi la Facoltà di Teologia e nel luglio del 1939 venne ordinato sacerdote. Dai suoi Superiori fu nominato Direttore del periodico Francescano “Voce Serafica di Assisi” e mantenne questo incarico per dieci anni.

Nel Natale del 1945 regalò ai suoi lettori un Almanacco – in realtà chiamato lunario – nel quale venivano riportate le previsioni meteorologiche per tutto l’anno seguente. Erano soltanto 2.000 copie offerte in omaggio. Ma fu subito un gran successo.

Soprattutto gli agricoltori consultavano le previsioni atmosferiche per programmare il lavoro nei campi. Semine, potature, raccolti venivano decisi in base al tipo di tempo atmosferico previsto nell’Almanacco “Frate Indovino”, anche perché in quegli anni non c’erano i satelliti a dire quali sarebbero state le condizioni atmosferiche in un futuro più o meno prossimo. È da qui che nasce l’aggettivo di “Indovino”… nessuna arte divinatoria, quindi, ma abilità nello sfruttare al meglio delle osservazioni sulla meteorologia che si rifanno a ricerche di Padre Mariangelo, supportate da osservazioni sulle macchie solari e su altri fenomeni celesti.

Il calendario di Frate Indovino esce nel mese di settembre per l’anno successivo, ogni anno con un tema diverso. Per il 2018 il tema è “A voi nonni, grazie di cuore”, dedicato appunto ai nonni.

A distanza di tanti anni, la Casa Editrice Frate Indovino è arrivata a pubblicare almanacchi per quasi tutte le famiglie italiane, anche in giro per il mondo.

Al più noto almanacco annuale via via si sono affiancati alcuni libri di successo, in particolare dedicati alla salute, alle erbe, ai vini e ai liquori.

Sì perché Frate Indovino è anche un esperto erborista, fin dalla efficientissima e ben strutturata officina erboristica attiva negli anni ‘60 e ’70.

Sospese le attività per circa 30 anni (a causa delle stringenti normative sanitarie), recentemente, grazie alla migliore tecnologia e conoscenza della conservazione dei prodotti officinali in genere, si è deciso di riprendere l’attività erboristica, iniziando dalle tisane. Se ne è curata la realizzazione affinando le proprietà organolettiche e adeguandole ai gusti degli attuali consumatori. Profumi e sapori più aromatici, per mitigare gusti meno gradevoli di erbe dalle spiccate proprietà curative. In pratica: la stessa efficienza di sempre ma con sapori decisamente molto più apprezzati. Aiuta anche il confezionamento che, attraverso un vero e proprio scrigno per ogni singola monodose, mantiene inalterate nel tempo le proprietà delle miscele contenute, naturali al 100%.


17 gennaio, sant’Antonio: falò, sale e animali che forse stanotte parleranno

La storia di S. Antonio abate (da non confondere con s. Antonio di Padova) è conosciuta in tutto il mondo e legata a tantissime tradizioni che abbiamo il dovere, almeno morale, di tramandare perché fanno parte della nostra storia.

Antonio morì nel 356 senza essersi mai mosso dall’Egitto. E già questa è una notizia. Non solo: scelse la via della solitudine, dopo avere venduto tutti i suoi beni, e visse sempre ritirato in preghiera nel deserto, tanto che viene considerato il fondatore del monachesimo.

Eppure questo non gli impedì di essere conosciutissimo: guariva i malati, istruiva, consolava gli afflitti, aveva tanti seguaci che  sua volta si fecero monaci.

Nelle immagini viene spesso ritratto con il diavolo e con un maialino.

Il diavolo lo tentò diverse volte nel deserto. Una simpatica leggenda dice che Antonio si recò all’inferno per rubargli il fuoco, e che mentre lui lo distraeva, il suo maialino corse dentro le fiamme, rubò un tizzone e lo portò fuori per donarlo agli uomini.

 

Il maiale è legato anche ad un’altra tradizione: nel corso del Medioevo fu concesso ai monaci antoniani il privilegio di allevare maiali per uso proprio a spese della comunità. Il loro grasso, unito a erbe officinali, era un antidoto contro l’herpes zoster, noto come “fuoco di sant’Antonio”.

I porcellini potevano quindi circolare liberamente fra cortili e strade e, per evitare che qualcuno li rubasse, portavano al collo una campanella di riconoscimento. S. Antonio, detto quindi anche S. Antonio del campanello, è diventato nei secoli protettore dei maiali, degli animali domestici e di tutte le professioni a loro legate, in primis i macellai.

La tradizione vuole che la notte della vigilia del 17 gennaio nella stalla si sentano gli animali parlare. Nelle città si portano a benedire gli animali: cani, gatti, capre, cavalli, galline, pecore. In campagna gli animali e i mezzi agricoli.

Noi siamo andati a Ello (Lecco) alla benedizione degli animali, ma troverete analoghe iniziative in tantissime località.

 

    

Sempre al mondo agricolo si rifà l’usanza di benedire il sale: il sale benedetto veniva infatti consumato dal bestiame come prevenzione contro le malattie.

Infine il falò: il 17 gennaio in molte località italiane ancora oggi si accendono grandi fuochi, per celebrare la vittoria della luce sul buio e trasmettere l’augurio di raccolti fecondi e abbondanti.


Al cinema con la merenda: al via la rassegna 2018 della Sala Gregorianum

Parte domenica 14 gennaio la seconda parte della stagione cinematografica “Un cinema per amico” alla Sala Gregorianum dedicata ai bambini . Un appuntamento settimanale, la domenica pomeriggio alle ore 15:30, per cinema e merenda.

La proposta è del cinema teatro della Parrocchia di San Gregorio Magno di Milano (via Settala, 27, a due passi da Corso Buenos Aires e dalla Stazione Centrale), sala della comunità digitalizzata gestita da volontari con l’obiettivo di fare buon cinema, intrattenimento e aggregazione.

I bambini accompagnati dai genitori, possono passare un bel pomeriggio che si conclude con la merenda offerta dalla pasticceria Pica. Per gli instancabili anche la possibilità di proseguire con qualche gioco disponibile nell’area bar.

Un’occasione di trascorrere i pomeriggi freddi immersi in un clima accogliente, aggregante per piccoli e adulti, con ingresso a soli 5 euro.

Sono 7 i film che accompagneranno il pubblico fino alla fine di febbraio. Ogni proiezione è caratterizzata da una breve animazione, qualche spunto a misura di bambino presentato in maniera giocosa che darà al giovane pubblico piccole curiosità da portarsi a casa. La merenda di qualità offerta è occasione per proseguire il pomeriggio fino all’aperitivo per i più grandi.

Per chi lo desidera è inoltre possibile organizzare il “compleanno al cinema” (info a compleanni@gregorianum.com oppure info@gregorianum.com)

La rassegna, patrocinata dal Municipio 3, è realizzata con il supporto di “BCC Credito Cooperativo di Carate Brianza”, di PICA Pasticcerie Milano e da “Sy-Tech Sistemi anti intrusione e domotica”.

Ecco il calendario:

14 Gennaio Paddington 2 (cartone animato – fantastico/avventura 2017)

21 Gennaio Nut job 2 (cartone animato – avventura azione 2017)

28 Gennaio Monster family (cartone animato – horror commedia 2017)

4 Febbraio Capitan mutanda (cartone animato – avventura 2017)

11 Febbraio Gli eroi del Natale (cartone animato 2017)

18 Febbraio Ferdinand (cartone animato – avventura 2017)

25 Febbraio Coco (cartone animato – fantastico 2017)

 


I Re Magi? Sono un po’ milanesi

Forse non tutti sanno che i Magi, che si ricordano il 6 gennaio, sono anche un po’ milanesi. La loro memoria e le loro reliquie si conservano a Milano, nella Chiesa di S. Eustorgio e a Brugherio, in Brianza.

L’origine mescola un po’ storia, un po’ tradizione e po’ leggenda, come spesso succede in questi casi, ma vale la pena di raccontarla.

Nei Vangeli si dice poco dei Magi, figure un po’ misteriose, forse astronomi (magoi, dal greco), giunti da Oriente a Gerusalemme seguendo la stella cometa e divenuti nei secoli simbolo dell’uomo in cammino alla ricerca del Bene.

Secondo la tradizione, i tre tornarono a Gerusalemme per testimoniare quello che avevano visto a Betlemme e nei primi anni di vita di Gesù e lì morirono.

Le loro spoglie furono trovate dalla Regina Elena, madre di Costante, capo dell’Impero Romano d’Oriente, e trasferite nella chiesa di S. Sofia a Costantinopoli.

Nel 343 Sant’Eustorgio fu eletto nono vescovo di Milano, di cui fu anche governatore. Costante le donò a Eustorgio quando questi, eletto vescovo, si recò da lui per rimettere nelle sue mani il mandato di governatore di Milano da lui ricevuto. Eustorgio le trasportò, assieme al pesante sarcofago nel quale erano state riposte, usando un carro trainato da buoi. Dopo un lungo e avventuroso viaggio di ritorno, giunse proprio qui, all’ingresso nella città da Porta Ticinese, dove il carro sprofondò nel fango e non fu possibile rimuoverlo. L’incidente fu interpretato da Eustorgio come un segno divino, e per questo fece erigere la prima basilica nella quale custodire le reliquie dei Magi.

Nel 1164 l’imperatore Federico I Barbarossa, durante una delle sue calate in Italia, ordinò al suo consigliere, Reinald von Dassel, che era anche arcivescovo di Colonia, di impadronirsi delle reliquie, che finirono cosi nel duomo della città tedesca.

Nel 1906, infine, il Card. Ferrari, vescovo di Milano, ottenne una parziale restituzione delle reliquie, ora conservate in una preziosa urna posta sopra l’altare dei Magi.

A ricordo del loro martirio, la liturgia ambrosiana usa, nel giorno dell’Epifania, paramenti di colore rosso.

(dal sito www.eustorgio.it)

È per questo che sul campanile della chiesa non c’è una croce, ma una stella a otto punte: la stella, appunto, dei Magi.

Il giorno dell’Epifania si tiene tradizionalmente un grande corteo in costume, con autorità civili e religiose, bande e corpi folcloristici, che parte dal Duomo di Milano e arriva fino a S. Eustorgio. Il corteo con tantissimi figuranti è ovviamente aperto dai Re Magi.

È una delle più antiche tradizioni di Milano, testimoniata fin dal Medioevo, amata soprattutto dai bambini che possono seguire tutto il percorso.

Appuntamento allora sabato alle 11 per la partenza dal Duomo, sosta in san Lorenzo (per ricordare l’incontro dei magi con Erode) e  arrivo previsto a S. Eustorgio per le 12.30 per la consegna dei doni al Gesù Bambino del presepe vivente.

E Brugherio? Qui facciamo un salto di un secolo e arriviamo a Sant’Ambrogio, vescovo di Milano nel IV sec. Fu Ambrogio a donare tre frammenti dei corpi dei Magi – tre falangi – alla sorella Marcellina, monaca in una villa poi divenuta monastero alla periferia della città.

Il reliquiario che tuttora le contiene fu realizzato nel 1600 e rappresenta i tre Magi come piccole figure: tre ometti, umitt in dialetto, il nome con cui i brugheresi chiamano affettuosamente i Magi.


La mappa della povertà dei bambini a Milano: il rosso che ci interroga

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A Milano ci sono migliaia di bambini che vivono in povertà assoluta. Non mangiano tutti i giorni, o almeno non mangiano in maniera sufficiente e non hanno alcuno opportunità educativa e di crescita.

Quando ho visto questa mappa rossa, presentata qualche settimana fa da Fondazione Cariplo, sono rimasta allibita. Si fa fatica a crederlo, ma sono numeri che interrogano tutti.

Per avere una fotografia più chiara possibile della situazione della povertà a Milano, Fondazione Cariplo ha elaborato dati certi sui beneficiari di interventi pubblici di contrasto alla povertà.

Grazie alla collaborazione con il Comune di Milano, la ricerca elaborata consegna l’immagine di una città in cui nel 2016 le risorse per l’erogazione di contributi di sostegno al reddito hanno raggiunto i 20,8 milioni per arrivare a sostenere 19.181 nuclei famigliari per un totale di 54.493 individui. Le famiglie con minori raggiunte sono 9.433, per un totale di 19.703 minori.

Ma poi si è andati oltre, presentando la controffensiva: un patto per contrastare la povertà minorile.

Si chiama Programma QuBì – Quanto Basta – la ricetta contro la povertà infantile, promosso da Fondazione Cariplo con il sostegno di Fondazione Vismara, Intesa Sanpaolo Spa, Fondazione Fiera Milano e in collaborazione con il Comune di Milano e le organizzazioni del Terzo Settore che operano su questo fronte. Il programma ha come sguardo i prossimi 3 anni. A breve partirà una campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi tra le persone, che coinvolgerà anche il mondo dello sport e dello spettacolo.

Era solo un’idea che in pochi mesi si è trasformata in azioni concrete. Fondazione Cariplo, Fondazione Vismara, Intesa Sanpaolo hanno già messo a disposizione un totale di 20 milioni di euro; la novità sul fronte della raccolta fondi sono i 300 mila euro messi a disposizione poche settimane fa da Fondazione Fiera Milano.

Il lavoro realizzato ad oggi conferma che è possibile andare oltre le stime: per la prima volta, grazie a un lavoro complesso che ha incrociato 21 database di altrettante misure pubbliche di trasferimento monetario, è possibile comprendere quante persone ricevono benefici e a quanto ammontano gli aiuti economici ricevuti. Il prossimo obiettivo è stabilire se ci sono e quante sono le famiglie con minori in povertà assoluta che non ricevono trasferimenti pubblici e sono quindi ancor più a rischio. Caritas, Banco Alimentare e realtà come Fondazione Pellegrini stanno già lavorando affinché le tante risposte al fenomeno povertà che danno quotidianamente, possano essere sistematizzate all’interno di una lettura condivisa del fenomeno. Il prossimo obiettivo è quello di creare una fotografia delle risposte alla povertà che le tante realtà concorrono a dare.

Se analizziamo i dati reddituali delle famiglie che nel 2016 hanno ricevuto un aiuto, abbiamo un’immagine evidente della povertà in città: circa il 90% dei nuclei familiari con minori raggiunti da almeno una misura è sotto alla linea di povertà assoluta. Nello specifico, se prendiamo una famiglia con un solo genitore composta da un adulto e un minore, il reddito medio è di circa 4.800 euro lordi annui mentre la soglia di povertà calcolata dall’Istat per la stessa tipologia di famiglia è di 12.800 euro annui. Un gap pari a circa 8.000 euro annui, che significa soprattutto mettere quel minore e quella famiglia in una condizione di rinuncia dell’essenziale, come un’adeguata alimentazione, l’accesso a cure di prevenzione e una più ampia possibilità di crescere dignitosamente. La situazione non cambia di molto se consideriamo una famiglia con due adulti e due minori: in questo caso il gap ammonta mediamente a 8.100 euro. Alla luce di queste evidenze, Fondazione Cariplo e i partner tutti, considerano importante trovare delle modalità per aumentare la capacità di spesa delle famiglie, con una specifica attenzione ai bisogni dei più piccoli: guardare alla città con dei dati di riferimento, con la capacità di leggere sia il bisogno che le risposte, permetterà di costruire un sistema di risposte più efficace. Per il Programma significa avere una bussola per capire dove meglio indirizzare le risorse e gli interventi.

“Questo programma è un impegno che ci siamo presi perché è inaccettabile sapere che nella città di Milano ci sono bambini e famiglie in questa condizione – ha detto Giuseppe Guzzetti, Presidente Fondazione Cariplo. Vogliamo però sperimentare ancora una volta un modello nuovo, per evitare che l’intervento si riduca ad assistenza; crediamo sia possibile provare ad aiutare le famiglie ad uscire da questa condizione. Non è un’azione spot, ma rientra in un disegno organico che vede già impegnate anche a livello nazionale le fondazioni di origine bancaria con un intervento di contrasto alla povertà educativa – per un impegno complessivo di circa 400 milioni di euro – e fa tesoro delle altre esperienze realizzate fin qui, per evitare che altre famiglie scivolino in povertà. Incidere sulle emergenze, attivarsi con prospettiva; questo l’impegno che avevamo preso con Papa Francesco, il 25 marzo a San Siro, davanti ad 80 mila ragazzi”


13 dicembre, santa Lucia: la storia della giovane sull’asinello e le tradizioni che illuminano l’attesa del Natale

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Nel nord Italia e in molti Paesi del nord Europa Santa Lucia anticipa il Natale, portando doni ai bambini buoni la notte del 13 dicembre.

La scorsa settimana, passeggiando per Soncino, in provincia di Mantova, abbiamo trovato la paglia per l’asinello di santa Lucia 🙂

Ma da dove viene questa bella tradizione?

La storia di santa Lucia

Lucia era una giovane donna siciliana, nata a Siracusa nel 281 da nobilissima e ricchissima famiglia. Rimasta orfana di padre, ebbe un rapporto molto stretto con la madre Eutichia, che le trasmise la fede cristiana. Ancora giovane fece voto di rimanere vergine, all’insaputa della madre che invece aveva già trovato per la figlia un fidanzato, come si usava allora. Lucia si turbò, ma non volendo manifestare il suo segreto alla madre, cercò pretesti per rimandare il matrimonio, confidando nella preghiera.

Avvenne allora che la madre Eutichia si ammalò gravemente. Le due donne decisero di pregare insieme davanti al sepolcro di Agata a Catania. Fu in quella occasione che Lucia ebbe la visione di Agata, che le predisse la guarigione della madre e il suo futuro martirio. Sulla via che riconduceva le due donne a Siracusa, Lucia comunicò alla madre la sua decisione di consacrarsi a Cristo e di devolvere in beneficenza il suo consistente patrimonio. Il promesso sposo giurò vendetta non appena seppe che la causa del rifiuto (e del mancato patrimonio) era la fede cristiana. Gli atti del suo martirio raccontano di torture atroci inflittele dal prefetto Pascasio. Lucia ammette e ribadisce la sua fede in modo irremovibile, affermando che la sua forza viene non dal corpo, ma dallo spirito. Al momento di portarla via, l’esile corpo da ragazzina assume una forza miracolosa e né uomini né buoi né il fuoco né la pece bollente riescono a smuoverla. Lucia viene così condannata a morte. Secondo la tradizione le furono cavati gli occhi il 13 dicembre del 304.

La festa cade in prossimità del solstizio d’inverno, da cui il detto “santa Lucia, il giorno più corto che ci sia”.

La salma fu posta nelle Catacombe di Siracusa, le più estese al mondo dopo quelle di Roma, dove è stata ritrovata un’epigrafe marmorea del IV secolo che è la testimonianza più antica del culto di Lucia.

Attualmente le spoglie della Santa sono custodite a Venezia nella chiesa parrocchiale dei Ss. Geremia e Lucia. Una delle più antiche tradizioni venete racconta che le spoglie della santa siracusana passarono da Verona durante il loro viaggio verso la Germania intorno al X secolo, fatto che spiegherebbe anche la diffusione del culto della santa sia a Verona che nel nord Europa.

È patrona di Siracusa, dei ciechi, degli oculisti e degli elettricisti e invocata contro le malattie degli occhi.

La tradizione

Il 13 dicembre nelle campagne si usava praticare un’opera di carità: chi aveva avuto raccolti più abbondanti ne donava una parte ai meno fortunati.

L’ antica ospitalità poi, voleva che si accogliessero nelle case i pellegrini che cercavano riparo dal freddo e questi ultimi, a loro volta, prima di ripartire, dovevano lasciare un dono sulla porta della casa che li aveva accolti.

Con il trascorrere del tempo si consolidò così l’ usanza di fare regali in occasione del 13 dicembre.

Rappresentando la luce nella notte fredda e buia, Lucia in molti paesi è un po’ la versione femminile di Babbo Natale. Si muove su un asinello e porta doni ai bambini buoni che le scrivono la lettera con i loro desideri.

I piccoli lasciano biscotti e latte per la santa e un po’ di paglia, sale grosso e carote per il suo asinello e vanno a nanna con la speranza di trovare qualche dono e qualche dolcetto  la mattina seguente.

La tradizione è molto sentita in Veneto, Trentino, Friuli Venezia Giulia, Emilia e in qualche provincia della Lombardia, come Bergamo, Brescia, Cremona e Mantova.

Nei Paesi scandinavi i bambini, il pomeriggio del 12 dicembre cucinano biscotti e la mattina del 13 la figlia primogenita di ogni famiglia indossa una tunica bianca e una sciarpa rossa in vita e, con un copricapo fatto di rami verde e sette candeline rosse, porta caffè, latte e dolci ai famigliari insieme alle sorelle.

 

Noi stasera prepareremo tutto. E voi?


Oggi è nata una mamma: la meravigliosa storia di Paola Bonzi e del CAV Mangiagalli (e cosa possiamo fare noi per aiutare la VITA )

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20.782 bambini. Ventimilasettecentoottantadue bambini. Ventimilasettecentoottantadue cuoricini che battono grazie al CAV di Paola Bonzi. Lo scrivo anche in lettere questo numero perché forse a leggerlo così, tutto d’un fiato, resta scolpito meglio in mente.

Sto per raccontarvi una storia bellissima, che si ripete ogni giorno nella grande Milano.

C’è un posto che profuma di Paradiso e che come tutte le cose belle è un po’ nascosto.

Si chiama Cav, Centro di aiuto alla Vita, e già questo nome è un programma. Si trova al terzo piano, scala B della Clinica Mangiagalli di Milano.

Lo ha fondato e lo guida dal 1984 Paola Marozzi Bonzi, una Donna (lo scrivo apposta con la D maiuscola) di quelle che incarnano il senso più alto del femminile: forte e tenera, accogliente e materna. Una donna che abbraccia e ascolta da anni le donne, qualche volta in coppia, più spesso sole, che vivono una gravidanza inattesa o indesiderata e che si trovano nella lacerante situazione di dover scegliere se continuare a far battere i piccoli cuoricini che battono sotto il loro grande cuore. Perché il cuore di una mamma è sempre grande.

Sono donne che si rivolgono qui per chiedere un aiuto. E già questo è un piccolo miracolo: se chiedono aiuto vuol dire che qualcuno le ha fatte arrivare qui, prima che altrove.

E in questo salotto, reso accogliente dall’eleganza e dal sorriso di Paola, trovano chi le fa parlare, le ascolta e le aiuta con progetti personalizzati e immediati finalizzati a favorire prima di tutto l’accettazione serena della gravidanza e poi a risolvere problemi molto pratici e concreti: il corredino, i pannolini, le attrezzature, la spesa.

Non c’è improvvisazione. Paola è una mamma e una nonna che si illumina quando parla dei nipotini, è stata una mamma affidataria di due ragazze, ma è anche una grande professionista che da sempre si occupa di psicologia, pedagogia, consulenza famigliare.

A volte sono stanca, ma vado avanti. Di notte sto sveglia e la mia mente cerca soluzioni. E mi dico: ma quanto costa la vita di un bambino?”.

Prende la mia mano nelle sue mani e lo ripete: “Quanto costa la vita di un bambino?”

Domanda terribile, che farebbe tremare una montagna, e che in trent’anni ha spostato macigni dal cuore di più di ventimila e settecento mamme.

Paola Bonzi ha un profilo facebook in cui, sempre con grazia e discrezione, racconta storie di vita: al Cav si rivolgono ragazze minorenni spaventate, giovani donne in carriera, compagne che si ritrovano a scegliere tra un figlio e un uomo, alla prima gravidanza o con figli già grandi che forse non capirebbero, tante mamme in fortissima difficoltà economica. Una umanità varia che vede davanti a sé solo il buio.

Paola, con il suo piccolo staff e i suoi volontari, accende la luce che salverà il bambino e insieme e a lui anche la sua mamma. Una mamma che partorirà un figlio prima accolto, poi atteso e infine amato per sempre.

Ah, Paola non vede con gli occhi – è cieca da quando aveva 23 anni –, ma vede più avanti e più in profondità di tutti.

Io e la grande Paola

Ora si tratta di fare una cosa molto concreta per aiutare questa donna straordinaria.

L’occasione è prossima: il 6 novembre a Palazzo Serbelloni a Milano si terrà il Party Cav 2017, una festa con cena e musica a favore della vita.

“…E allora di questo si tratta: vi chiedo di arrivare numerosi lunedì 6 novembre a Palazzo Serbelloni a Milano per spegnere le nostre 33 candeline. Il Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli infatti compirà 33 anni di impegno, di gioia, di sofferenza, di coraggio, di sfide, di follie, tutto profumato di bimbo. Dovremmo dire di bimbi, visto che in questi anni ne sono nati 20.782.

Ora però il famoso pozzo si sta prosciugando. Non c’è più acqua per chi ha sete. Abbiamo consumato tutto, visto che le donne attualmente in carico sono 2.528. E a loro regaliamo, oltre alle prestazioni professionali, sussidi, attrezzature per i bambini e i famosi benedetti pannolini.

Vi rivolgo una preghiera che viene dal profondo del mio cuore: non fermiamo questa sorgente quasi miracolosa. Continuiamo a raccogliere l’acqua, che non solo disseterà ma che saprà quasi di benedizione perché la Vita continui.”

Per informazioni contattatemi in privato o su www.cavmangiagalli.it

Il Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli è tutt’ora ospitato dalla Clinica Mangiagalli in via Commenda 12. E’ attivo dal lunedì al venerdì, dalle ore 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00. Contatti: tel. 02-5518-1923 / 02 5412-0577. La donna in gravidanza che vuole chiedere aiuto al CAV Mangiagalli può recarsi direttamente presso la sede di via Commenda 12, dalle 9.00 alle 13.00, anche senza appuntamento


Fra Martino campanaro esiste. E si aggira per Milano

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Mio figlio ha una naturale e incredibile passione per le campane. Da sempre. Fin da neonato, l’attrazione per campane e campanili è stata irrefrenabile. Con il tempo la curiosità è diventata una vera e propria passione che ci spinge a cercare i concerti di campane più belli su youtube e ad alzare continuamente gli occhi verso ogni campanile.

  • Campane friulane

Per strada e in viaggio, le domande sono sempre le stesse. Prima domanda: di chi è questo campanile? (inteso: di quale paese?). Seconda domanda: quando suona il primo? E il secondo? E il terzo? (a Milano e a Lecco le campane suonano mezz’ora, un quarto d’ora e pochi minuti prima della Messa, mentre in altre località ci sono variabili diverse). Terza domanda (se rispondiamo che non sappiamo quando suoneranno): ma è una campana dei morti? (nel senso di un cimitero, o comunque muta). Ovviamente Franceschino non sfugge nemmeno alla conta delle ore e delle mezz’ore scandite dai campanili che segnano anche il tempo.

Alla ricerca di esperienze sempre nuove, ci siamo imbattuti in campane, campanari e campanili di ogni tipo, diventando anche un po’ esperti. Per esempio abbiamo scoperto che le campane della diocesi ambrosiana hanno un suono diverso da quello delle altre diocesi e che esistono persino gruppi culturali di appassionati di arte campanaria che perpetuano attivamente la tradizione del suono manuale.

La nostra avventura più bella l’abbiamo vissuta a San Vittore, con la visita guidata alla torre campanaria e un concerto manuale di campane dedicate agli spettatori che hanno avuto l’ardire di arrampicarsi fino in cima alla scala di legno.

Comincio col dire che la Basilica di San Vittore al Corpo è assolutamente da vedere. A dispetto della facciata, bianca e spoglia perché rimasta incompiuta, l’interno è un trionfo di inaspettata bellezza. Doveva essere completata a fine Cinquecento secondo un progetto ancora conservato al Castello Sforzesco con un “grandissimo porticato con dodici grandi colonne”, delle quali rimane oggi solo il profilo tracciato, a leggero rilievo, lungo la facciata.

La Basilica sorge sul complesso monastico olivetano edificato nel ‘500 su una precedente basilica paleocristiana e contiene le spoglie di san Vittore, un soldato appartenente alla guardia del corpo dell’imperatore romano Massimiano (IV secolo), che affrontò vari supplizi fino alla morte piuttosto di abiurare la sua fede.

All’interno affreschi, stucchi, legni intagliati, oro e ferro battuto, tele, coro e altare settecenteschi, una cupola da restare abbagliati. Una meraviglia.

I volontari della parrocchia, appassionati della materia, ci hanno accompagnati nella torre delle campane, facendoci arrampicare su su per diverse rampe di scale di legno. Un percorso non facile per i bambini, ma con una meta impagabile.

Oltre allo spettacolo della città dell’alto, abbiamo scoperto che nel cuore di Milano, le campane possono essere suonate ancora manualmente con le corde.

C’è un direttore che ascolta i suoni di ritorno e dirige il concerto con maestria, chiamando le campane a una a una: uno, due, cinque, tre, due…

Non solo: per il suono a festa, gli abili campanari hanno suonato una sorta di grosso pianoforte con la forza dei pugni su grossi tasti in legno posto direttamente nella cella campanaria.

 

Una esperienza unica. Abbiamo potuto toccare direttamente le campane, capirne i meccanismi di funzionamento e le tecniche e assaporarne tutta l’armonia.

In cima alla torre abbiamo ripensato a quanta storia è passata all’ombra dei campanili, alle campane che hanno scandito il tempo e il ritmo delle comunità, alla frenesia della nostra città che copre tante volte questo suono magico.

Grazie a Francesco Romano, che ancora una volta, anche senza saperlo, ci ha riportato all’essenzialità.

Una curiosità: tra i maestri campanari ci sono molti giovani. Per noi hanno suonato un giovane orafo, un ingegnere ferroviario, un restauratore..la bella gioventù J

 


“La Madonna de Lorett, la vaa fina al vintisett…”: la Chiesa del Redentore vicino a piazzale Loreto

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Il Redentore è la mia parrocchia e quindi scrivo di questa chiesa con il cuore in mano. Il primo aspetto che segnalo è che è davvero una chiesa family e children friendly (lo so che dovrebbero essere tutte così…), nel senso che accoglie i bambini anche molto piccoli facilitando i genitori che vogliono assistere alla Messa. In tutte le celebrazioni viene aperta una cappella laterale dotata di un grande schermo da cui seguire le funzioni. Nella cappella i bambini possono muoversi e giocare. Ci sono puzzle, gessetti, lavagne e pennarelli con disegni con il Vangelo del giorno da colorare. Al momento dell’offertorio i più grandicelli raccolgono le offerte e poi le portano al prete che celebra sull’altare, sentendosi così investiti di un ruolo importante.

Onestamente, se non avessi avuto questa chiesa vicino casa, avrei rinunciato molte volte alla Messa. Invece così anche Francesco può venire con me.

Cappella per i bambini al Redentore

 

Cappella family friendly

Ma mi soffermo su questa chiesa perché ha una storia molto bella che merita di essere raccontata. L’edificio fu consacrato dal Beato cardinale Andrea Ferrari (su un terreno da lui stesso donato) nel 1900, anno del Giubileo dedicato alla Redenzione, da cui il nome. Il progetto era dell’ingegnere Luigi Macchi.

Ma la storia del luogo di culto risale al ‘500; si trova traccia di una cappellina in un atto notarile del 1586, trasformata poi in una cappella più grande dal cardinale Carlo Borromeo in persona, che aveva capito la difficoltà di molti fedeli di muoversi fino a san Babila, allora parrocchia di riferimento di tutto il quartiere. Fu proprio lui a volere che la nuova costruzione          venisse dedicata alla Madonna di Loreto, a cui il santo milanese era particolarmente devoto. San Carlo morì senza vedere la “sua” chiesa. Fu il cugino Cardinal Federico Borromeo, il 30 agosto 1609, a compiere il rito solenne della posa della prima pietra, anche se poi ci vollero ancora diversi anni prima di avere la chiesa definitiva.

La statua della Madonna di Loreto che vi si venera venne fatta realizzare in quegli anni da tale Pietro Spagnolo, un uomo molto devoto che probabilmente non immaginava che sarebbe stata proprio la sua Madonnina a dare il nome al frenetico quartiere odierno.

Si legge nel sito della parrocchia: “La cappella e la devozione alla Madonna avevano già dato definitivamente nome al quartiere, se duecento anni dopo, nel 1857, nella “Grande Illustrazione del Lombardo-Veneto” si legge: “Lo stradone si chiama di Loreto per l’attigua chiesuola dedicata a Santa Maria di Loreto, con annesso convento, ora ridotto a civile abitazione, e già occupato dai Frati Bernardini, ordine somigliante al cistercense riformato da San Bernardo.” Il convento infatti era nato vicino alla cappella, probabilmente nel 1635, e fu soppresso dalle riforme dell’imperatore d’Austria Giuseppe II nel 1782. Quanto il nome di Loreto fosse ormai radicato nel cuore e nella mente degli abitanti del quartiere è dimostrato dal fatto che, quando fu cambiato nome al piazzale in seguito ai tragici avvenimenti che vi si svolsero all’epoca della repubblica di Salò (fucilazione di quindici ostaggi come rappresaglia ad un attentato a un comando tedesco che aveva sede nell’Albergo Titanus-Loreto, ora scomparso) il cambiamento di nome in “Piazzale Quindici Martiri” ebbe vita brevissima, e tornò subito la vecchia denominazione di Piazzale Loreto.

Così come per i vecchi milanesi Corso Buenos Aires continuò ad essere “el còrs Lorett“. E, a un ricordo drammatico, un riscontro curioso e popolare: una delle filastrocche che i bambini canticchiavano usualmente per “fare la conta” diceva proprio: “La Madonna de Lorett, la va fina al vintisett…

Come arrivare: via Palestrina, 5- metro linea verde e rossa fermata Loreto;  autobus 90


Consultorio La Famiglia: un’oasi di pace nel quartiere Isola

Category : Azzurro Cielo

A Milano, nel quartiere Isola e precisamente in via Arese 18, c’è un posto che consiglio tantissimo alle neo mamme.

Ora dovrei parlare di quel mondo di mezzo che sono i primi mesi post partum.

Mesi in cui si vive come avvolti in una nuvola, inebriati da emozioni mai provate e da un sonno perenne, dalla gioia più piena e dalla disperazione di non capire come diavolo è possibile che per un esserino di pochi giorni, non si trovi più il tempo per farsi una doccia. Eppure ci avevano detto che i neonati dormono! Non è vero.. I neonati ogni tre ore mangiano, fanno il ruttino, fanno la cacca, si guardano un po’ in giro, spesso piangono, dormono (mio figlio sempre pochissimo) e poi ricominciano. L’ottimizzazione di questa catena di produzione e servizi è un lavoro che al confronto una fabbrica 4.0 è una passeggiata 🙂

Ebbene, in quel periodo io penso che non ci sia niente di più utile che uscire da casa (già questo è un grande passo avanti verso la normalizzazione), incontrare altre mamme e parlare con persone esperte, professioniste che si fanno incontro ai nostri bisogni.

Per capire che siamo ancora donne, anche se i capelli non sono puliti e la tuta da ginnastica è l’unica cosa che riusciamo ad indossare senza che ci facciano male le ferite del parto.

Il Consultorio “La famiglia” è un luogo amico dove incontrare ostetriche preparate (grazie Gloria, Benedetta, Maria, grazie Rosi!), imparare le tecniche del massaggio infantile, fare un po’ di ginnastica per il pavimento pelvico, festeggiare qualcosa (c’è sempre un motivo, a partire dai Battesimi dei bimbi), soprattutto allattare.

Allattare può essere molto stressante e faticoso se non si è pronte e bene informate. O al contrario, può diventare il momento più dolce, intimo e rilassante per la mamma e il suo bambino. Per me è stata l’opzione 2, ma solo grazie alle mitiche ostetriche del Consultorio.

Ho allattato fino a che Francesco ha avuto due anni con grande gioia. Io e lui, una cosa sola. Che mistero, quanta vita…

Un momento insieme (io sono sullo sfondo con il mio piccoletto)

www.consultoriolafamigliamilano.it

Come arrivare: via Arese 18, Milano – tram 7, 31 fermata Zara; metro linea gialla fermata Zara; bus 90, 91, 92 fermata Stelvio/Lario, 82 fermata Lario/Segrino